I disturbi alimentari in Italia crescono sempre più.

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In Italia l'anoressia e la bulimia sono disturbi alimentari sempre più diffusi, la cui comparsa nella popolazione è sempre più precoce: negli ultimi anni si è registrato un forte abbassamento dell'età media dei pazienti ed esordi precoci che hanno raggiunto anche i bambini dagli 8 ai 10 anni d'età.

I disturbi del comportamento alimentare sono la conseguenza di grandi traumi irrisolti e riguardano principalmente l'anoressia, la bulimia e il binge eating, una nuova patologia caratterizzata da frequenti abbuffate che portano all'obesità.

Nel nostro Paese questi disturbi sono esplosi alla fine degli anni novanta e, secondo recenti indagini, ne soffrirebbero più di tre milioni e mezzo di persone, con 8.500 nuovi casi all'anno, di cui il 10% riguardano uomini. 

Nel 2016 l'anoressia ha provocato 3240 vittime e in questo dato sono ricompresi anche molti casi di bulimia perchè in oltre il 50% dei pazienti c'è una compresenza di questi due disturbi e perchè si può arrivare a un grave sottopeso utilizzando anche il metodo bulimico. Il rischio, poi aumenta, dello 0,5% per ogni anno di malattia. 

Accanto a bulimia e anoressia, c'è anche l'Arfid o Disturbo dell'Alimentazione Evidente / Restrittivo che colpisce soprattutto i bambini di sesso maschile, già da 2 a 3 anni fino alla preadolescenza, e può manifestarsi in diverse forme: la più comune è un'eccessiva selettività del cibo, come ad esempio prediligere solo alimenti di un determinato colore o di una specifica consistenza. 

I disturbi del comportamento alimentare provocano in chi ne è affetto danni molto importanti, sia a livello fisico che mentale. Secondo quanto riportato dalle ultime stime ufficiali, il 95,9% delle persone colpite da uno di questi disturbi sono donne e il 4,1% uomini. 

In buona parte dei casi, queste patologie sorgono in età adolescenziale. Oggi l'anoressia è il disturbo più pericoloso dal punto di vista della mortalità, con un tasso stimato intorno al 5 - 10% dei malati. Coloro che ne soffrono, correrebbero un rischio di morte precoce dieci volte maggiore rispetto al resto della popolazione.